Le ultime parole dei condannati a morte della Resistenza italiana hanno risuonato in piazza Cavicchioni ad Albinea. Parole cariche di commozione, orgoglio, amore e certezza di aver lottato dalla parte giusta della storia. A leggerle sono stati i docenti della scuola teatrale e musicale “Risonanze” che hanno interpretato alcuni brani tratti dal libro “Lettere di condannati a morte della Resistenza Italiana” di fronte a un pubblico attento e commosso.
La Festa della Liberazione ad Albinea è stata quindi sia gioia nel ricordo di coloro che non ci sono più, e che ci hanno garantito la libertà e la democrazia, che riflessione e riconoscenza per coloro che sono morti prima di vedere l’Italia tornare libera.
Le celebrazioni erano iniziate, insieme alle altre autorità civili e militari, da Borzano e Botteghe, dove è stato reso omaggio alle lapidi che ricordano i caduti. Poi il corto ha fatto tappa alle lapidi che si trovano all’interno del municipio, prima di dirigersi al cippo che ricorda Mario Simonazzi “Azor”. Qui la sindaca Ibattici ha letto i tre titoli rilasciati il 16 marzo scorso dal Ministero della Difesa: la Medaglia commemorativa del periodo bellico 1940-1943 con 2 stellette per gli anni 1941 e 1942, la Medaglia commemorativa per la guerra di Liberazione con 3 stellette per gli anni 1943, 1944 e 1945 e il distintivo d’Onore dei Volontari della Libertà. L’ultima corona è stata deposta di fronte all’obelisco in piazza Cavicchioni. Il tutto è stato accompagnato dalle musiche della banda di Albinea.
Dal palco quest’anno hanno parlato tre ragazzi giovani: Alessandro Oleari, Daniele Nassisi (due consiglieri comunali) e Vittoria Carri, una giovane studentessa universitaria di Albinea iscritta ad Anpi, che ha partecipato al Viaggio della Memoria a Cracovia e Auschwitz del novembre 2025.
Intorno alla piazza erano ben visibili, appese alle finestre delle abitazioni private e del municipio, le “Parole della Liberazione”.
Alle 12.30 ci si è trasferiti al parco Lavezza per il tradizionale pranzo della Liberazione organizzato da Anpi, con la preziosa collaborazione con Pro Loco.
Ma non è finita qui perché ad Albinea la Festa della Liberazione continuerà anche domani. Domenica 26 aprile con un omaggio ai militari brasiliani della Feb (Força Expedicionária Brasileira) che ebbero un ruolo significativo nella fase finale della Seconda Guerra Mondiale, arrivando in piazza ad Albinea il 24 aprile 1945 insieme ai partigiani.
I “Cobras fumantes” era il nome affibbiato ai militari verdeoro a causa del loro stemma: un serpente che fuma una pipa su sfondo giallo. Lo strano simbolo era nato per smentire chi diceva che “sarebbe stato più facile che un cobra fumasse, piuttosto che il Brasile entrasse in guerra”.
Ad Albinea sarà ospite una delegazione, in rappresentanza dell’esercito brasiliano, guidata dal colonnello Rodrigo Coutinho Ferreira, che presenzierà all’inaugurazione di una grande targa in alluminio che riporta in effige una delle foto dell’arrivo in paese della Feb. La lastra sarà collocata sul lato nord del Museo delle storie, nella ex pesa pubblica. In piazza saranno presenti i rievocatori della Brigata Ribelli.
A seguire ci sarà un pranzo in compagnia al Circolo Bellarosa, preparato dai volontari, al quale tutti possono partecipare (fino a esaurimento posti) contattando il numero 346.6678735.
GLI INTERVENTI DEI GIOVANI DAL PALCO
Alessandro Oleari – Consigliere comunale di Viviamo Albinea
Autorità, rappresentanti delle Associazioni Partigiane, cittadine e cittadini,
siamo qui riuniti oggi per celebrare il 25 Aprile, la Festa della Liberazione. Non è un semplice rito di passaggio, né una celebrazione polverosa del passato. È, prima di tutto, un atto di gratitudine collettiva e un esercizio necessario di Memoria attiva.
Il 25 aprile 1945 non segnò soltanto la fine di un’occupazione e di un conflitto devastante; segnò l’ora zero di un’Italia nuova.
Dobbiamo però chiederci: cosa stiamo facendo oggi, qui, in questa piazza? Stiamo facendo Storia o stiamo facendo Memoria? La Storia è il resoconto dei fatti, è l’analisi distaccata dei documenti, è lo studio necessario di ciò che è accaduto. È fondamentale studiarla per non ripetere gli errori del passato. Ma la Memoria è qualcosa di diverso: è viva ed è pulsante. Se la Storia ci dice cosa è successo, la Memoria ci interroga su chi siamo noi oggi rispetto a quei terribili eventi del ‘45.
Fare Memoria del 25 Aprile significa non lasciare quei fatti confinati nei libri, ma trasformarli in un impegno etico. Ovviamente la Storia ci insegna il passato; ma la Memoria ci impone una responsabilità verso il presente.
Ricordare oggi significa onorare chi ebbe il coraggio di compiere una scelta. In un’epoca di conformismo forzato e di violenza dittatoriale, migliaia di uomini e donne decisero di non restare a guardare. Scelsero la responsabilità individuale contro l’indifferenza. Erano operai, giovani studenti, soldati, contadini: persone con fedi diverse, unite da un unico desiderio: restituire all’Italia la sua onorabilità.
La nostra Costituzione è il testamento scritto di quella lotta. Celebrare la Memoria significa, dunque, tradurre quei principi costituzionali in azioni quotidiane, rifiutando la logica del più forte.
Sappiamo bene che, ancora oggi, il 25 Aprile fatica a essere percepito da tutti come una ricorrenza pienamente unitaria. Emergono spesso divisioni e polemiche che sembrano voler riaprire ferite mai del tutto rimarginate, ma d’altra parte stiamo parlando degli ultimi attimi di quella che è stata a tutti gli effetti una vera e propria Guerra civile. E che, in quanto tale, ha visto un vincitore ed uno sconfitto. Tuttavia è proprio qui che risiede il cuore del nostro dovere civile.
Parlare di unità e di Memoria significa anche avere il coraggio di guardare nelle pieghe più dolorose e oscure di quel periodo. Ricordare la Liberazione non significa ignorare le tragedie avvenute all’interno dello stesso fronte della Resistenza.
Penso, ad esempio, alla figura di Mario Simonazzi, il comandante partigiano ‘Azor’, recentemente riconosciuto dal Ministero della Difesa come Volontario per la Libertà. Egli riuscì ad organizzare la Resistenza tra Albine, Vezzano e Puianello, compiendo azioni di sabotaggio ai danni dell’esercito tedesco. Era un combattente leale e determinato, che sognava un’Italia libera. Venne ucciso non dal nemico, ma da mani che avrebbero dovuto essere fraterne, in un clima di tensioni tra le diverse anime della lotta partigiana.
Perché ricordare oggi una ferita così profonda? Non per alimentare vecchi rancori, ma per onorare la verità della Storia. La vicenda di Azor ci insegna che la libertà è un cammino faticoso, spesso sporcato dalla violenza e dalle ideologie, che rischiano di accecare anche chi possiede le migliori intenzioni. Riconoscere oggi quel sacrificio, e il dolore di tutte le vittime di violenze fratricide, non toglie nulla alla grandezza del 25 Aprile; al contrario, la rende più vera, più umana. Ci ricorda che la democrazia deve essere, prima di tutto, il rifiuto di ogni forma di fanatismo e che la tanto agognata libertà resta un bene che va protetto anche dalle nostre stesse ombre.
Il 25 Aprile non è solo la vittoria di una parte contro un’altra: è la vittoria della Libertà e della Speranza sulla paura. Non deve essere una data che divide, ma il terreno comune su cui tutti gli italiani — al di là delle appartenenze — si possano riconoscere. Essere uniti oggi non significa negare le diverse sensibilità, ma riconoscere che la democrazia che ci permette di dissentire civilmente l’uno con l’altro, è nata proprio in quel giorno. Il 25 Aprile è la festa di chiunque creda nello Stato di diritto e rifiuti ogni forma di autoritarismo. È la festa della nostra riconciliazione sotto l’egida della libertà.
E proprio a noi, ragazzi e ragazze delle nuove generazioni, si rivolge il senso più profondo di questa giornata. Qualcuno potrebbe chiedersi: “Perché dovrei ricordare eventi di ottant’anni fa?”
La risposta sta nel fatto che la libertà non è un’eredità che si riceve una volta per tutte, ma una conquista che va rinnovata ogni giorno. Non possiamo dimenticare gli avvenimenti del 25 Aprile perché in certi contesti la democrazia è ancora fragile. I diritti fondamentali di cui godiamo oggi — la libertà di esprimerci, di viaggiare, di votare, di essere noi stessi — sono stati pagati a caro prezzo da nostri coetanei che hanno dovuto scegliere tra il silenzio e la lotta armata.
Dimenticare ciò significherebbe rendere vano quel sacrificio. La lezione della Resistenza per noi tutti è questa: non siate mai indifferenti, indipendentemente dal vostro background culturale o dalle vostre idee. L’indifferenza è stata la complice dei peggiori crimini della storia; la partecipazione efficace alla vita sociale e civile è, invece, l’unico antidoto alla tirannia.
In conclusione, il 25 Aprile è la festa della speranza ritrovata. È la festa di chi crede che il dialogo valga più del conflitto. Alle ragazze e ai ragazzi qui presenti dico: prendete questo testimone. Il futuro dell’Italia non è scritto nelle stelle, ma nella consapevolezza che – tutti noi – sapremo avere del nostro passato.
Grazie a tutti.
Daniele Nassisi – Consigliere comunale di Uniti per Albinea
Autorità, rappresentanti delle Associazioni Partigiane, cittadine e cittadini,
siamo qui riuniti oggi per celebrare il 25 Aprile, la Festa della Liberazione. Non è un semplice rito di passaggio, né una celebrazione polverosa del passato. È, prima di tutto, un atto di gratitudine collettiva e un esercizio necessario di Memoria attiva.
Il 25 aprile 1945 non segnò soltanto la fine di un’occupazione e di un conflitto devastante; segnò l’ora zero di un’Italia nuova.
Dobbiamo però chiederci: cosa stiamo facendo oggi, qui, in questa piazza? Stiamo facendo Storia o stiamo facendo Memoria? La Storia è il resoconto dei fatti, è l’analisi distaccata dei documenti, è lo studio necessario di ciò che è accaduto. È fondamentale studiarla per non ripetere gli errori del passato. Ma la Memoria è qualcosa di diverso: è viva ed è pulsante. Se la Storia ci dice cosa è successo, la Memoria ci interroga su chi siamo noi oggi rispetto a quei terribili eventi del ‘45.
Fare Memoria del 25 Aprile significa non lasciare quei fatti confinati nei libri, ma trasformarli in un impegno etico. Ovviamente la Storia ci insegna il passato; ma la Memoria ci impone una responsabilità verso il presente.
Ricordare oggi significa onorare chi ebbe il coraggio di compiere una scelta. In un’epoca di conformismo forzato e di violenza dittatoriale, migliaia di uomini e donne decisero di non restare a guardare. Scelsero la responsabilità individuale contro l’indifferenza. Erano operai, giovani studenti, soldati, contadini: persone con fedi diverse, unite da un unico desiderio: restituire all’Italia la sua onorabilità.
La nostra Costituzione è il testamento scritto di quella lotta. Celebrare la Memoria significa, dunque, tradurre quei principi costituzionali in azioni quotidiane, rifiutando la logica del più forte.
Sappiamo bene che, ancora oggi, il 25 Aprile fatica a essere percepito da tutti come una ricorrenza pienamente unitaria. Emergono spesso divisioni e polemiche che sembrano voler riaprire ferite mai del tutto rimarginate, ma d’altra parte stiamo parlando degli ultimi attimi di quella che è stata a tutti gli effetti una vera e propria Guerra civile. E che, in quanto tale, ha visto un vincitore ed uno sconfitto. Tuttavia è proprio qui che risiede il cuore del nostro dovere civile.
Parlare di unità e di Memoria significa anche avere il coraggio di guardare nelle pieghe più dolorose e oscure di quel periodo. Ricordare la Liberazione non significa ignorare le tragedie avvenute all’interno dello stesso fronte della Resistenza.
Penso, ad esempio, alla figura di Mario Simonazzi, il comandante partigiano ‘Azor’, recentemente riconosciuto dal Ministero della Difesa come Volontario per la Libertà. Egli riuscì ad organizzare la Resistenza tra Albine, Vezzano e Puianello, compiendo azioni di sabotaggio ai danni dell’esercito tedesco. Era un combattente leale e determinato, che sognava un’Italia libera. Venne ucciso non dal nemico, ma da mani che avrebbero dovuto essere fraterne, in un clima di tensioni tra le diverse anime della lotta partigiana.
Perché ricordare oggi una ferita così profonda? Non per alimentare vecchi rancori, ma per onorare la verità della Storia. La vicenda di Azor ci insegna che la libertà è un cammino faticoso, spesso sporcato dalla violenza e dalle ideologie, che rischiano di accecare anche chi possiede le migliori intenzioni. Riconoscere oggi quel sacrificio, e il dolore di tutte le vittime di violenze fratricide, non toglie nulla alla grandezza del 25 Aprile; al contrario, la rende più vera, più umana. Ci ricorda che la democrazia deve essere, prima di tutto, il rifiuto di ogni forma di fanatismo e che la tanto agognata libertà resta un bene che va protetto anche dalle nostre stesse ombre.
Il 25 Aprile non è solo la vittoria di una parte contro un’altra: è la vittoria della Libertà e della Speranza sulla paura. Non deve essere una data che divide, ma il terreno comune su cui tutti gli italiani — al di là delle appartenenze — si possano riconoscere. Essere uniti oggi non significa negare le diverse sensibilità, ma riconoscere che la democrazia che ci permette di dissentire civilmente l’uno con l’altro, è nata proprio in quel giorno. Il 25 Aprile è la festa di chiunque creda nello Stato di diritto e rifiuti ogni forma di autoritarismo. È la festa della nostra riconciliazione sotto l’egida della libertà.
E proprio a noi, ragazzi e ragazze delle nuove generazioni, si rivolge il senso più profondo di questa giornata. Qualcuno potrebbe chiedersi: “Perché dovrei ricordare eventi di ottant’anni fa?”
La risposta sta nel fatto che la libertà non è un’eredità che si riceve una volta per tutte, ma una conquista che va rinnovata ogni giorno. Non possiamo dimenticare gli avvenimenti del 25 Aprile perché in certi contesti la democrazia è ancora fragile. I diritti fondamentali di cui godiamo oggi — la libertà di esprimerci, di viaggiare, di votare, di essere noi stessi — sono stati pagati a caro prezzo da nostri coetanei che hanno dovuto scegliere tra il silenzio e la lotta armata.
Dimenticare ciò significherebbe rendere vano quel sacrificio. La lezione della Resistenza per noi tutti è questa: non siate mai indifferenti, indipendentemente dal vostro background culturale o dalle vostre idee. L’indifferenza è stata la complice dei peggiori crimini della storia; la partecipazione efficace alla vita sociale e civile è, invece, l’unico antidoto alla tirannia.
In conclusione, il 25 Aprile è la festa della speranza ritrovata. È la festa di chi crede che il dialogo valga più del conflitto. Alle ragazze e ai ragazzi qui presenti dico: prendete questo testimone. Il futuro dell’Italia non è scritto nelle stelle, ma nella consapevolezza che – tutti noi – sapremo avere del nostro passato.
Grazie a tutti.
Vittoria Carri – Anpi Albinea
Oggi è il 25 aprile, e in questa giornata ricordiamo e celebriamo i partigiani, e tutti coloro che si unirono alla lotta per liberare l’italia dal nazifascismo. ma che significato dare alla resistenza oggi? Ecco, innanzitutto chiediamoci chi erano e per cosa hanno combattuto davvero i partigiani? I partigiani erano gente come noi, molti di loro erano giovani cresciuti sotto al regime fascista ma animati da desideri profondi: di libertà, di giustizia sociale, di pace, di democrazia. La resistenza fu un movimento di portata rivoluzionaria, in seguito poi, al termine della seconda guerra mondiale, l’italia divenne una repubblica, con una Costituzione, le donne ottennero il diritto di voto, e si era convinti che la guerra fosse ormai un pericolo lontano, che la democrazia fosse reale e che si fosse davvero posto il germe dell’uguaglianza tra gli uomini.
Eppure, guardiamo il mondo di oggi, io vedo guerre, vedo un massacro che ancora abbiamo paura di chiamare genocidio da parte di Israele ai danni del popolo Palestinese, vedo guerre Imperialiste come quella in Ucraina o in Iran, guerre che causano centinaia di migliaia di morti e che gravano sulle spalle di tutto il mondo, basta guardare il prezzo della benzina quando si va a fare il pineo, è chiaro è semplice. Le guerre sono ormai parte integrante del nostro sistema, e ci vogliono fare credere che sia nell’interesse dei cittadini il riarmo, che sia nel nostro interesse destinare il 5% del PIL per costruire armi che dovremo impugnare contro altri civili uguali a noi, che condividono il nostro stesso destino, mentre sanità pubblica ed educazione vengono smantellate. Io vedo un mondo che cerca di far riemergere i nazionalismi aggressivi, vedo gente che grida la parola remigrazione! Convinta che la propria povertà derivi da altri poveri ed emarginati come loro e non da quell’1% di popolazione che con le proprie ricchezze potrebbe mettere fine alla fame nel mondo più di 20 volte. E la resistenza stessa ci mostra l’insignificanza dell’appartenenza alla nazione di fronte al potere della giusta coscienza, pensiamo ai soldati tedeschi che disertarono per unirsi alla lotta partigiana.
Dunque io voglio porvi questa domanda: noi tutti ci sentiamo rappresentati dalle forze politiche? Ci sentiamo in democrazia? é il popolo a governare? Ci sentiamo Liberi? o siamo solo liberi di essere sfruttati, liberi di lavorare tutta la vita per accumulare ricchezza in mano a chi ci opprime, liberi di obbedire e stare dentro ai binari. Ve lo chiedo perché anche gli americani si sentivano liberi, finché l’ICE non ha fatto irruzione nei quartieri di Minneapolis sparando a persone innocenti, e seminando il terrore. vedete com’è fragile, com’è “relativa” la nostra libertà?
Questo mondo, questa Italia assomiglia di più a ciò che i partigiani volevano costruire o a ciò che hanno combattuto per abbattere? Deve rimanere un segreto o possiamo guardarci e dirci che questa società, questo modello capitalista costituitosi dopo la Seconda Guerra Mondiale sta fallendo? Che stiamo avvelenando la terra, e perdendo la libertà asserviti dal denaro?
Citando le parole prese dal saggio di Claudio Pavone, storico della resistenza “ volevamo il lavoro fosse un diritto di tutti ..aspiravamo a una società senza sfruttatori né sfruttati e da questo mi pare che siamo ancora lontani”, ed ecco che la resistenza non è finita, perché il mondo che immaginavano i partigiani è ben lungi dall’essersi realizzato, perciò ora farò un appello: a chi non si sente libero, di disporre del proprio tempo, di esprimersi, o di essere se stesso, a chi è sensibile e non si volta dall’altra parte di fronte alla sofferenza di un altro essere umano lontano o vicino che sia. A chi crede nel valore della vita umana, a chi non vuole ancora mettere un prezzo a tutto e rassegnarsi ad essere un suddito. Mi rivolgo a chi non si sente rappresentato ma ha il coraggio di prendere su di sé la responsabilità e la volontà del cambiamento, A voi io faccio un appello alla lotta, alla resistenza. Perché la lotta partigiana ci affascina tanto? perché è così nostra? Perché erano come noi, uomini e donne, lavoratori e lavoratrici, che si sono organizzati e insieme hanno contribuito a cambiare il proprio mondo. Concludo ora con parole prese in prestito dal partigiano Angiolo Gracci, nome di battaglia Gracco “Avanti dunque, uniti, nella resistenza che continua, nella rivoluzione che continua!”.













































